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Integrarsi

L’integrazione è difficile, essere straniero in un paese straniero è difficile, gli autoctoni non ti accolgono a braccia aperte. E poi c’è l’ostacolo della lingua.

Ma prendiamo una milanese, milanese da generazioni, cresciuta sentendo parlare il milanese, anche se lei spiaccica si e no un paio di parole e al massimo uno scioglilingua.

Trapiantate questa milanese in uno sperduto paesino della val padana, in mezzo alle nebbie, basso varesotto quasi provincia di Novara anche se sempre in provincia di Milano.

Nessun legame con il resto del paese, solo sembrava carina la casa, o meglio era l’unica trovata abbordabile.

Ed ecco che l’integrazione è quasi impossibile, nessuno parla con questa straniera e anche la lingua è un ostacolo perchè il milanese parlato nel paese non è lo stesso milanese di Milano con cui è cresciuta.

Prima la milanese pensava che fosse per i suoi orari, ma quest’anno porta le bimbe a scuola e le va a prendere quando ci sono le altre mamme, e non serve nemmeno essere rappresententante di classe, il dialogo è ridotto al minimo.

E si ritrova così a parlare con altre mamme, le mamme immigrate, quelle che arrivano davvero da un’altra nazione e non solo da 30 km da qui.

Forse sarebbe stato più facile emigrare per davvero…

Corso OSS

Ieri sera ho conosciuto i nuovi compagni di avventura.

E’ iniziato il mio corso OSS, nuovi studi, nuova professionalità da acquisire e speriamo si aprano nuove possibilità di lavoro, tra un anno, quando finirà il corso.

Qualche ragazzina e ragazzino e molti over 40 e uno di 60 a cinque anni dalla pensione.

Uno spaccato dei senza lavoro dell’Italia di oggi e tante storie diverse di gente che ha dovuto ricominciare mille volte.

Quello che più mi ha colpito è stata una ragazza di 19 anni che ha già perso le speranze di poter fare il lavoro per cui ha appena finito di studiare.

…e il 60enne costretto ha studiare per un anno per sperare di trovare un lavoro per gli ultimi anni di pensione, licenziato perchè disabile (porta delle protesi acustiche)…

Già, in Italia non si può licenziare un disabile… e nemmeno una donna perchè madre… Ma al mio compagno di corso è successo, a me anche e anche ad altre mie compagne di corso…

Il mio primo maggio

Sono in attesa di firmare un accordo per il mio licenziamento, e non vedo l’ora di firmarlo, anche se non mi daranno quasi niente più di quello che mi spetta, tfr, tredicesima, quattordicesima e ferie non godute.

Sarebbe anche un buon contratto se non fosse che oramai faccio il lavoro che facevo tredici anni fa quando ho iniziato a programmare, solo che allora avevo prospettive di crescita professionale e ora solo prospettive di decrescita.

In un momento di crisi come questo sembra irriverente dare calci ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato, non vedere l’ora di esserne liberi, eppure è proprio per il rispetto del lavoro e per il rispetto di me che devo andarmene da lì.

Lavorare solo per lo stipendio non mi basta, lavorare in un ambiente ostile non è piacevole, fare un lavoro senza prospettive di crescita non mi basta più, non poter conciliare famiglia e lavoro non mi basta più.

Merito di meglio, oggi è la festa dei lavoratori e io voglio un lavoro, un vero lavoro per me, un lavoro di cui essere orgogliosa, non voglio solo un contratto di lavoro, sembra un’eresia in questo periodo, eppure credo che sia giusto anche pretendere di più del mero contratto.

Un contratto senza un vero lavoro da fare è solo un pezzo di carta vuoto.

La vita è bella

4 mesi sospesi, tutto in una bolla, noi in una bolla, la nostra famiglia. La nostra genitorialità sotto osservazione, prima di tutto da noi, perchè è più che legittimo sbagliare, ma se ti senti sotto osservazione hai paura di sbagliare, pur sapendo che non c’è un modo veramente giusto dell’essere genitore.

Ora c’è una gioia ancora più grande dell’essere genitori di Gaia e Giada, abbiamo provato una paura vera e tangibile di dover lottare per restare famiglia, e ora che siamo stati giudicati “genitori sufficientemente buoni” (definizione che viene data in psicologia per fare in modo che i genitori non si mortifichino inseguendo la perfezione) è come se fossimo nati di nuovo come famiglia, come se ora lo fossimo davvero, prima erano solo prove, ora abbiamo superato l’esame della vita, perchè le nostre piccole sono l’essenza della vita.

Le amo ancora di più e la vita ora mi sembra bellissima.

Grazie a tutti per i bellissimi commenti.

Il punto interrogativo sul titolo Finita?! è perchè ora dovremo attendere l’archiviazione da parte del tribunale dei minori, e la procedura non prevede che le persone interessate vengano avvertite, devono essere gli interessati a recarsi in tribunale (nei prossimi mesi) a verificare che la pratica sia stata effettivamente archiviata e non sia stato aperto comunque un fascicolo a carico…

Concilia…Che? NO

Oggi ho avuto la risposta dei miei capi alla mia richiesta di tempo concentrato.

NO! Nemmeno temporaneamente.

Dove lavoro io conciliazione è un insulto per loro e un miraggio per chi è genitore.

Da lunedì userò tutti i permessi e rol che ho a disposizione, poi vedremo…

…quasi quasi era più flessibile il lavoro in nero…

Perchè tutto deve essere sempre così complicato?

Concilia…Che?

Antefatto
Sabato, dopo quasi tre mesi, il Comune ha detto che il servizio di post-scuola non si può fare, sono rimaste solo tre richieste delle tredici iniziali (e due sono le nostre).
Le bimbe usciranno da scuola tutti i giorni alle 16.30.
Io esco alle 16 e ho un’ora e mezza di strada…

Fatto
Ho richiesto ai miei capi di poter compattare le ore, fare 6 ore continuate senza pausa pranzo per poter uscire alle 15 ed essere così fuori dalla scuola alle 16.30.
La prima risposta è stata “ci rimette sempre il lavoro”, considerando che fino a settimana scorsa le bimbe passavano 10 ore all’asilo e si alzano alle 6 e mezza del mattino, direi che proprio questa risposta non c’entra nè con me nè con la mia richiesta…
Un altro capo si è preso del tempo per valutare le possibilità…

Conciliazione? In Italia è solo una brutta parola, e i datori di lavoro lo considerano un insulto…

ABC-Stad

Arbete, Bostad, Centrum – Stad

Lavoro, Alloggio, Centro (inteso come servizi e commercio) – Città

Fatta questa scoperta mi si è aperto un mondo.
Il tendere all’utopia è sempre presente nella Svezia di oggi, ma soprattutto è sempre stato presente.
Questo concetto è diffuso sia per le nuove edificazioni sia per quelle preesistenti.
Poi tutto può essere fatto bene o male, ma direi che già negli anni ’60 in Svezia erano anni luce avanti a quanto si faceva in Italia.
In Svezia c’era questa cosa dell’ABC anche per i quartieri di palazzoni del Miljonprogrammet (un milione di nuovi alloggi in dieci anni*), in Italia negli stessi anni e per le stesse esigenze si costruivano dinosauri di cemento (la definizione non è mia) in pieno deserto di infrastrutture (anche primarie come le fognature) e deserto di servizi, robe come il Corviale a Roma, lo Zen a Palermo, le Dighe a Genova o il Gallaratese a Milano.
E’ vero anche che alla Svezia si può rinfacciare il delirio eugenetico che ha portato alla sterilizzazione di massa degli indesiderabili in anni abbastanza recenti e ben dopo gli orrori della seconda guerra.
Perchè la linea che divide utopia e distopia è molto molto sottile e spesso frastagliata, tanto che in alcuni punti tutto si mescola come su una tavolozza e non si riescono a distinguere i colori e i confini.

(*) Questa promessa del “milione di…” l’abbiamo sentita anche qui, ma là alla fine ce l’hanno fatta, qua…