Loredana

10 anni per entrambe. Ci siamo conosciute subito dopo l’estate. Quella dell’ “ormai siamo una famiglia, non ci deve essere vergogna”. L’inizio della scuola significava anche il nuovo ordine del “mio nome” durante l’appello, il mio nuovo cognome cominciava con la C (per coincidenza come quello del mio vero padre), quello vecchio, quello che avevo dalla nascita, quello che indicava le mie origini, cominciava con la O.
Loredana viveva in una casa vicino alla mia, ma quelle case erano quelle da evitare, basse, due piani soltanto, la mia era di otto, e poi sporche, rimasugli di case di ringhiera.
Lei aveva una famiglia difficile, il padre che risiedeva per lo più a spese dello Stato, della madre non ho mai saputo niente, una sorella grande con un figlio piccolo e poi forse anche un nonno.
Ci siamo riconosciute immediatamente, anime gemelle, e io la seguivo nelle sue esplosioni di “follia”. Eravamo il peggior incubo di qualsiasi supplente, scappavamo dalla classe, facevamo casino, dicevamo parolacce, era impossibile tenerci. Lei era così sempre, io solo con le supplenti.
Poi, un giorno, i servizi sociali sono intervenuti, sollecitati dalle mamme preoccupate per il “normale svolgimento delle lezioni” e della pessima influenza di un tale soggetto, e hanno portato Loredana in un istituto, l’hanno salvata. È tornata a trovarmi dopo un po’, era felice, stava bene, finalmente c’era chi si occupasse di lei, del suo disagio, le avevano insegnato a riconoscerlo, a dargli un nome. Io l’ascoltavo, ero contenta per lei e avevo un’altra sensazione che non riuscivo a definire. L’ho capito solo da adulta, era invidia, volevo essere salvata anch’io, mi sembrava di essere stata lasciata indietro, d’altra parte io ero solo una bambina indisciplinata, da raddrizzare, per fortuna che ora la madre si era sposata e un uomo in casa avrebbe sistemato le cose, a partire dal cognome, perché una bambina con il cognome della madre non va bene!

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