Privatopia – una, nessuna, centomila enclave

Qualche anno fa, quando ancora pensavo di fare una tesi su Utopia, ho acquistato un libro intitolato “Privatopia” che racconta il fenomeno molto americano delle città private. Si tratta di piccole simil-enclave, o, forse meglio, piccole città-fortezza. Agglomerati di case con servizi commerciali annessi, circondate da mura e confini ben marcati e visibili nelle quali l’accesso è consentito solo ai residenti, all’interno vigono proprie leggi, in particolare in materia di ordine e decoro pubblico. Questo permette una “selezione” della cittadinanza, anche perchè non è consentito a chiunque abitare in queste enclave, a volte occorrono requisiti particolari e non è detto che i soldi riescano a supplirne la mancanza.

Trovo il fenomeno piuttosto inquietante, già mal sopporto i quartieri destinati a singole etnie, e soprattutto non riesco ad accettare di non poter semplicemente camminare in un dato luogo.

Ora questo fenomeno è comparso in forma leggermente diversa in Inghilterra. In questo caso si tratta di porzioni di città, con tanto di negozi,  in mano a organismi privati, i confini non sono netti e marcati come nel caso americano, ma la differenza tra un marciapiede al di fuori dell’enclave e uno all’interno dell’enclave è decisamente netta. Queste parti di città vengono “pattugliate” da vigilanza privata e anche in questo caso i regolamenti di ordine e decoro sono differenti, e decisamente più restrittivi, del regolamento comunale vigente. Alcune cose, forse, sono benvenute come il divieto dell’accattonaggio, l’utilizzo di skateboard, mangiare per strada (è un aiuto per chi è a dieta), però è proibito anche scattare foto (come in zona militare).

Trovo il tema sempre e comunque interessante e il concetto di città ideale come controllo della società. Le nuove paure, terrorismo in primis, contribuiscono certo a cercare soluzioni di convivenza sempre più di tipo selettivo (il recente regolamento degli asili comunali di Modena è emblematico in questo senso).

…eppure sembra ieri che è stato sconfitto il baffetto e una nuova idea di Europa e di mondo si è fatta strada, a me queste città-fortezza ricordano molto il medioevo, e la partigianeria spinta.

Credo ci sia un’altra strada verso la città ideale.

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5 commenti»

  Mamma Cattiva wrote @

Anni fa mia sorella viveva a Memphis. Andai a trovarla una volta e rimasi sconcertata dal suo quartiere blindato di soli bianchi. L’America del Sud quella che non rientra nel nostro immaginario se non attraverso qualche film. A me piace il rispetto delle regole ma non mi piacciono le omologazioni, i gruppi di appartenenza. Io voglio rimanere libera di scegliere e nelle mie esperienze di viaggio i migliori risultati di bellezza urbanistica vengono dalla commistione e non dalla omologazione. Grazie M. per questo punto di vista.

  Stefania wrote @

Bellissimo post Orma!!!!! Davvero un post interessante e ben scritto…
Allora .. Io penso che il muro sia crollato e che i muri debbano scollare. Dico no a tutto questo. Queste campane di vetro sono l’anticamera del razzismo , del classismo , pericolosi tentativi di bandire dalla società che si definisce “normale” “sana” ordinata” tutto ciò che non è conosciuto , compreso ( capito), quindi non vuole essere compreso ( preso all’interno….) Credo che si debba sempre più aprirsi al diverso , essere talmente creativi da pensare che non esista un solo modo di pensare , vivere , comunicare , vestire , agire… Non assolvo la delinquenza , ma non si è delinquenti in partenza perchè diversi… appartenenti ad una etniz discriminata , omosessuali , diversamente abili , poveri , non scolarizzati … Dovremmo forse vergognarci di essere noi stessi , diversi da chiunque ??? Allora se la risposta è no , possiamo andare a vivere dove ci pare… Io però in quei posti non ci metterei piede … Non mi piace il conformismo e quelli sono posti dove si vive conformi alle regole de…quartiere… Un abbraccio

  Stefania wrote @

ciao bella…passi da me??? C’è una cosa …

  orma wrote @

Interessante punto di vista, io di solito mi metto ai margini e penso che non mi sembra giusto non poter entrare, ma tu poni il punto di vista opposto di chi non può/vuole uscire.
E questo inasprisce il clima, basta vedere le recenti cronache italiane con i problemi di un’immigrazione schiavista.

  Morgaine le Fée wrote @

Qualche anno fa una coppia di amici andó a un congresso in Brasile, la cittá non la ricordo, comunque era nell’interno. Mi raccontarono che era altamente sconsigliato girare da soli in cittá per via dell’altissima criminalitá, e le persone con reddito medio-alto vivevano in palazzi-condomini-comunitá dotati di tutti i comfort e servizi, cosicché non dovessero sentirsi motivate ad uscire. Prigioni dorate, insomma.
Col tuo post mi ha fatto tornare alla mente quel racconto, che ho ascoltato con un certo sentimento di claustrofobia.


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