Archivio per ricordi
Una storia d’amore
Lo zio Mario è stato uno zio severo, poche parole, bastava il suo sguardo per mettere in riga me e i miei 2 cugini. Parco di gesti d’affetto, distante forse, così lo sentivo.
Ora è lo zione, quello che mi chiama per sapere come va, come sto io, come stanno le piccole e, soprattutto come sta andando con la tesi, quasi come un papà impaziente di vedere l’ultima figlia laureata, la pecora nera del gruppo o forse la pecorella smarrita, ora mi parla, e ha gesti affettuosi. Ieri è stato qui da noi, è stata la prima volta che ha visto la nostra casa, piccola rispetto alla sua e a quella dei miei cugini. Abbiamo parlato tanto, in una giornata abbiamo condensato i racconti di una vita intera, anzi di più vite. Mi ha raccontato la storia di suo padre, la sua, quella di suo fratello, tante cose che nemmeno immaginavo. E dire che ci vedevamo ogni domenica…
Ma all’epoca lui era lo zio severo, ora è lo zione, solo… 5 anni fa mia zia se n’è andata, improvvisamente, inaspettatamente, pochi giorni di ospedale, è stata la prima volta che mi ha chiamato mio zio, prima mi chiamava sempre mia zia, solo da quello ho capito che stava succedendo qualcosa di grave e di brutto.
Ieri aveva le lacrime agli occhi quando mi ha detto che la loro è stata una bellissima storia d’amore. Erano genitori, ma erano prima di tutto una coppia, una coppia complice, affiatata, una bellissima coppia per quarantanni. E’ stato strano sentire mio zio che parlava d’amore, ho ancora il ricordo dello zio severo, sulla sua poltrona con il giornale, è stato strano vedere le sue lacrime composte, dietro il fazzoletto, seduto sul mio divano, sono passati 5 anni e ancora non ci sembra possibile.
Spiegare il juke box ad una bimba di quasi 5 anni
Giada ama la musica, tutta.
Sta ascoltando l’album di Bennato “L’isola che non c’è”, e questo perchè sono le canzoni dello spettacolo su Peter Pan che fanno a Leolandia-Minitalia, che abbiamo visto ad agosto per due giorni consecutivi, grazie all’entri gratis il giorno dopo.
Dire che le è piaciuto è molto riduttivo (si accettano biglietti gratis per la nuova stagione), da lì l’amore per l’album di Bennato.
U§na delle canzoni dell’album si intitola appunto “Juke box”.
“Mamma cos’è il juke box?”
“Era una cosa dove si metteva una monetina e si ascoltavano i dischi”
Sì, ma poi bisogna spiegare cosa sono i dischi, e perchè bisognava mettere una monetina da qualche parte per poter ascoltare la musica che lei ascolta con l’iPod…
Come si fa a spiegare la cultura e gli usi di una generazione fa ad una generazione digitale?
Lessico familiare
Mi era piaciuta la lezione sul lessico familiare (forse delle medie o dell’inizio delle superiori), quelle espressioni che sono parte della storia di una famiglia, ogni famiglia che crea ed evolve un suo proprio lessico è un tema davvero affascinante.
Io abitavo vicino al Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo famosa per aver innescato Tangentopoli.
La mia bisnossa ha dimorato lì gli ultimi sui anni e io andavo al sabato pomeriggio a trovarla.
Ora non so come sia, ma all’epoca l’odore di anziano, anzi di vecchio (vecchio è chi muore, sentenziava la mia bisnonna), e l’odore di vecchio era una cosa davvero pregnante, insieme all’odore di umanità varia più o meno accudita, dal personale e dai parenti.
Andavo là per il latte delle macchinette automatiche, le macchinette automatiche non erano così diffuse come ora che ci sono anche nel metrò. Certo andavo anche per la bisnonna, ma io ero piccola e le visite in questi posti sono sempre una cosa un po’ strana, c’era anche il primo incontro con malattie a me sconosciute, come il cancro, che già mi sembravano malattie terribili e cose più curiose come il vecchietto che parlava con un piccolo microfono da un buco nella gola.
E poi passare dal profumo del glicine del giardino della bisononna all’odore dei corridoi e delle scale della Baggina è stato come ricevere un pugno allo stomaco, lascia senza fiato e senza la volontà di respirare.
E così la Bagina era entrata nel lessico familiare, se stavi un po’ male, non troppo, ma facevi un po’ il lamentoso dicevamo “sei da Baggina”.
Le piccolette non hanno bisnonni ospedalizzati, non hanno nemmeno bisnonni, e la loro unica coppia di nonni conosciuta è anziana e un po’ malandata, ma vive ancora autosufficiente a casa sua, la Baggina è lontana, loro, però, frequentano lo stesso un posto di nonnini in pensione, con il loro asilo vanno una volta a settimana a Casa Borri, una casa di riposo per nonni, meno terribile della Baggina dei miei ricordi.
Con i nonnini di Casa Borri fanno disegni e lavoretti, un’esperienza interessante e utile per entrambe le età, però i nonnini hanno anche un po’ di acciacchi, non camminano sempre bene e così nel nostro lessico famigliare Casa Borri ha sostituito la Baggina, devo dire che Casa Borri un po’ mi ispira, la Baggina, invece, mi terrorizzava un po’.
E così quando le piccolette partono con “mi fa male il pancino”, “sono stanca”, “non riesco”, io gli dico che se vogliono Casa Borri è lì pronta ad accoglierle, e così se io o il loro papà diciamo che siamo un po’ stanchi, loro ci paventano Casa Borri (ci vogliono già mettere in casa di riposo?)
Educare all’obesità
La mamma trangugia un bicchiere di Coca-Cola con una fettina di limone in pochi secondi, la figlia la vuole imitare, la mamma la incita. E’ uno dei momenti sereni in cui si trovano solo loro due, è un momento di complicità.
Un altro momento così “felice” è il panino del sabato pomeriggio, un panino raffinato, non il solito pane e salame, ma pur sempre un panino e la promessa di mangiare tutto a cena “sennò poi la nonna lo capisce che abbiamo mangiato”.
E l’aperitivo a base di tartine della domenica mattina nel bar bello un po’ più distante da casa e la solita promessa anche se sono già le 11 e si mangia dopo nemmeno 2 ore.
I risultati di questa educazione non si vedono necessariamente subito, a volte anche a distanza di anni, l’importante è piantare bene i semi, l’importante è rendere i momenti legati al cibo gli unici momenti speciali, così il cibo diventerà un sereno rifugio, permetterà di ritrovare i sapori dell’infanzia serena.
E’ così che si educa all’obesità.
Loredana
10 anni per entrambe. Ci siamo conosciute subito dopo l’estate. Quella dell’ “ormai siamo una famiglia, non ci deve essere vergogna”. L’inizio della scuola significava anche il nuovo ordine del “mio nome” durante l’appello, il mio nuovo cognome cominciava con la C (per coincidenza come quello del mio vero padre), quello vecchio, quello che avevo dalla nascita, quello che indicava le mie origini, cominciava con la O.
Loredana viveva in una casa vicino alla mia, ma quelle case erano quelle da evitare, basse, due piani soltanto, la mia era di otto, e poi sporche, rimasugli di case di ringhiera.
Lei aveva una famiglia difficile, il padre che risiedeva per lo più a spese dello Stato, della madre non ho mai saputo niente, una sorella grande con un figlio piccolo e poi forse anche un nonno.
Ci siamo riconosciute immediatamente, anime gemelle, e io la seguivo nelle sue esplosioni di “follia”. Eravamo il peggior incubo di qualsiasi supplente, scappavamo dalla classe, facevamo casino, dicevamo parolacce, era impossibile tenerci. Lei era così sempre, io solo con le supplenti.
Poi, un giorno, i servizi sociali sono intervenuti, sollecitati dalle mamme preoccupate per il “normale svolgimento delle lezioni” e della pessima influenza di un tale soggetto, e hanno portato Loredana in un istituto, l’hanno salvata. È tornata a trovarmi dopo un po’, era felice, stava bene, finalmente c’era chi si occupasse di lei, del suo disagio, le avevano insegnato a riconoscerlo, a dargli un nome. Io l’ascoltavo, ero contenta per lei e avevo un’altra sensazione che non riuscivo a definire. L’ho capito solo da adulta, era invidia, volevo essere salvata anch’io, mi sembrava di essere stata lasciata indietro, d’altra parte io ero solo una bambina indisciplinata, da raddrizzare, per fortuna che ora la madre si era sposata e un uomo in casa avrebbe sistemato le cose, a partire dal cognome, perché una bambina con il cognome della madre non va bene!