Archivio per in-giustizia

Come Paperino

Sono le 16.05 e sono a Pta Venezia, metropolitana, sto andando a prendere il treno, mi chiamano, mi giro, mi dicono che tre ragazzi mi hanno aperto lo zaino, mi giro, sono tranquilla, tanto non c’è niente, No! Qualcosa c’è, anzi c’era…

Gli ultimi 100 euro del mese, la carta d’identità, il foglio del rinnovo della patente, la moneta del metro di Mosca, qualche corona svedese, la bussolina smagnetizzata di mio nonno, due foto di Gaia (in ordine di importanza inversa).

Mi dispero un po’ mentre ricostruisco i passi dei ladri chiedendo in giro, spero di ritrovare i gusci vuoti con la mia vita, torno in superficie, in Buenos Aires, per ironia la mia via preferita di Milano, giro in Viale Tunisia, ma non trovo niente, vado a fare la denuncia.

Un foglio vuoto che mi permetterà di guidare in attesa del rinnovo.

Avevamo promesso un giorno di mare, domani, alle bimbe e, allora, come Paperino, abbiamo aperto i loro salvadanai, per il mare e per pagare l’abbonamento del treno per settimana prossima…

Nemmeno un giorno di mare

E per quest’anno nemmeno un giorno, non ci si riesce proprio…

Però il mare mi manca proprio e in questa piatta e nuvolosa pianura padana ancora di più.

Vabbe’, facciamo finta che per quest’anno non si va al mare perchè devo preparare la tesi.

Uffi, che palle sta’ crisi.

Per l’8 marzo e per tutti i giorni

A lei piaceva davvero molto il lavoro di suo padre, quel lavoro così rude e da uomini, arrampicarsi sulle impalcature, ma anche il lavoro di studio, non era roba da donne, ma le piaceva ed era davvero brava, lo dimostrava ogni giorno di più.

Non aveva nemmeno 18 anni.

Lui lavorava con il padre e ormai era di famiglia, spesso si fermava da loro dopo cena.

La vedeva tutti i giorni, era così bella e così giovane, ancora non aveva nessun uomo intorno.

Lui, un giorno, l’ha seguita nella sua camera, lei si fidava di lui, ormai era uno di famiglia, lui ha chiuso la porta a chiave, lei si fidava, lui era un collega e, soprattutto, un amico di suo padre.

Lei ha detto e gli ha urlato tutti i suoi “NO”, ha cercato di respingerlo, lo ha graffiato, ma lui era più forte.

Lei lo ha denunciato.

Ha dovuto ripetere più e più volte quello che lui le aveva fatto, l’ha ripetuto fino alle lacrime.

E’ stata una tortura, ma in qualche modo le hanno creduto e hanno arrestato lui.

Lui si è difeso dicendo che lei, orfana di madre, aveva un rapporto molto particolare con il padre, che, sì, insomma, non è che fosse così pura alla fin fine.

Lui viene condannato, ma è lei quella dello scandalo e lei deve sposarsi e lei deve cambiare Stato se vuole ancora lavorare e avere una vita.

Fatti accaduti nel 2010? Sembra, ma lei è Artemisia Gentileschi, pittrice, e il fatto è accaduto nel 1610, q u a t t r o secoli fa, eppure, purtroppo è ancora cronaca di tutti i giorni.

Scendiamo in piazza?

Che si fa?
Si scende in piazza, come hanno fatto i belgi*, e si chiede un governo che finalmente si occupi dell’Italia?
O si continua ad aspettare che il grande nano risolva i suoi problemi con la giustizia facendosi fare nuove leggi?

*Loro non hanno un governo ufficiale da poco più di 200 giorni, ma noi non ce l’abbiamo da quando il nano è al potere, e anche prima non è che fosse meglio…

Io, ignorante razzista!

Ecco quello che mi offre la mia nuova vita da pendolare che si sposta in treno.
La possibilità di leggere e leggere permette di non ignorare…
Ho letto Gomorra, finalmente, a ormai 4 anni dalla sua uscita.
Io sono nata e cresciuta a Milano, in una famiglia milanese, con origini milanesi, qualche parente a Chiasso, Svizzera.
Non parlo il milanese, lo capisco, ma non lo parlo, perchè in città non si parla il dialetto, si parla italiano.
E forse da qui un po’ di razzismo invidioso è iniziato. Se fossi nata e cresciuta in un paese della provincia di Milano, quasi certamente parlerei il dialetto.
In città non si fa, perchè se parli dialetto nessuno ti capisce, a Milano non ci sono più i milanesi, frasi fatte, ma nemmeno troppo lontane dal vero.
E così un po’ razzisti dentro si è e si rimane, al nord “nun se sta mai coi man in man”, e a Napoli?
A Napoli non hanno voglia di lavorare, loro hanno il mare, il sole, le loro canzoni, la sceneggiata, e quando lavorano quelli…
E poi le barzellette sugli orologi rubati ai semafori, semafori che non vengono rispettati. E così si cresce con questi pregiudizi ben radicati dentro.
E poi loro parlano un’altra lingua, non parlano italiano, parlano il loro dialetto e se lo tengono stretto anche quando emigrano.
Napoletani veri non ne ho mai conosciuti, strano, a Milano, ho avuto molti più contatti con siciliani, tanto da sposarne uno che lo è a metà, il cui cognome è di origini napoletane.
Ma nessun parente a Napoli, solo in Sicilia.
Napoletani ne conosco attraverso la blogosfera, e li seguo anche con interesse, perchè sono persone interessanti.
Eppure qualche pregiudizio mi era rimasto radicato dentro, come le erbacce che anche se le estirpi ricrescono sempre.
E così quando i telegiornali parlano di Napoli, il cervello filtra attraverso queste erbacce e non capisce.
Ora ho letto questo libro e ho rivisto alcune notizie che avevo filtrato e le ho rilette con occhi diversi.
E ho capito che se nasci laggiù hai quattro possibili vite: da emigrato, da derelitto, da deliquente o da eroe. E mi sembra che solo la prima scelta sia quella che offre una maggiore aspettativa di vita.
E ho riflettuto sul fatto che non so se riuscirei a vivere da eroe, forse nemmeno da deliquente, probabilmente vivrei da derelitta, perchè emigrare è difficile, soprattutto quando non hai nemmeno la possibilità di sognare.
E allora forse è meglio se la smetto con quest’aria da milanese indaffarrata, perchè poi fino a ieri lavoravo in nero, proprio come a Napoli, forse prendevo un po’ di più, ma si sa che qui la vita è più cara.
Devo solo ritenermi fortunata di essere nata a nord e non a sud, e purtroppo nemmeno così a nord come mi sarebbe piaciuto.

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